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Vera e falsa riforma nella Chiesa, di Yves Marie Congar

Il saggio di Congar Vera e falsa riforma nella Chiesa è un classico della teologia del ventesimo secolo. Fino ad allora nessuno aveva studiato questo aspetto della vita della Chiesa dal punto di vista teologico. Lui lo ha fatto in un momento cruciale.

Juan Luis Lorda·9 de septiembre de 2022·Tiempo de lectura: 7 minutos
yves marie congar

Testo originale del articolo in spagnolo qui

Il 6 dicembre 1944, per volontà di Pio XII, un telegramma giunse a Roncalli, che allora rappresentava la Santa Sede in Bulgaria (1925), Turchia e Grecia (1931), nominandolo nunzio a Parigi.
Non si trattava di una promozione, ma di spegnere un incendio. Appena terminata la Seconda guerra mondiale, il nuovo capo della Repubblica francese, il generale De Gaulle, un cattolico, chiese che fosse cambiato il nunzio Valeri, perché ritenuto troppo vicino al regime di Pétain. Ed era urgente che il cambiamento avvenisse prima di Natale, quando tradizionalmente si riceveva il corpo diplomatico e il nunzio fungeva da decano. Inoltre, il governo francese, per lo stesso motivo, esigeva di cambiare 30 vescovi in Francia.

Angelo Roncalli aveva allora 63 anni. Ne avrebbe trascorsi nove a Parigi, finché non fosse stato eletto Patriarca di Venezia (1953) e poi Papa (1958), con il nome di Giovanni XXIII.

Anni fecondi e complessi

Quegli anni del dopoguerra in Francia furono, dal punto di vista cristiano, straordinariamente ricchi. Sorse una magnifica fioritura di intellettuali e teologi cristiani, nonché di iniziative apostoliche, che rinnovarono il panorama del cattolicesimo francese, già iniziato dopo la Prima guerra mondiale.

Questo, tra grandi tensioni culturali e politiche. Da una parte, quella sostenuta dall’ampio settore dei cattolici tradizionali, refrattario alla Repubblica, orgoglioso del passato cattolico francese e ferito dall’arbitrarietà repubblicana laica, che durava oramai da 150 anni. E, d’altra parte, la tentazione che il comunismo poneva al cattolicesimo con sensibilità sociale e al clero giovane, poiché cercava di assimilarli al suo progetto politico.

In questo contesto tutto si confondeva e si politicizzava con facilità, ed emergevano tensioni inaspettate. La Santa Sede -il Sant’Uffizio- ricevette in quegli anni dalla Francia centinaia di denunce, e si creò un clima di sospetto di fronte alla cosiddetta «Nouvelle Théologie» che rendeva difficile il giusto discernimento e complicava molto la vita di alcuni grandi teologi come De Lubac e Congar. Nel 1950 Congar si separava da De Lubac de Fourvière.

Genesi di Vera e falsa Riforma

Il 17 agosto 1950, il Padre Generale dei Domenicani, Manuel Suárez, in visita a Parigi, incontrò Yves Marie Congar (1904-1995) per parlare della ristampa di Cristiani divisi (1937), il saggio pionieristico che Congar aveva scritto sull’ecumenismo cattolico.
Il tema era allora agli albori, e sarebbe maturato solo con la volontà del Concilio Vaticano II, divenendo missione della Chiesa, ma allo stesso tempo suscitando perplessità storiche. Inoltre, poiché la Santa Sede desiderava evitare che le relazioni ecumeniche sfuggissero di mano, era appena stato creato il Concilio Ecumenico delle Chiese.

Congar annotò con attenzione quella conversazione in un memorandum (pubblicato nel Diario di un teologo): «Vi dico che sto correggendo le bozze di un libro intitolato Vera e falsa riforma… [sguardo un po’ stupito del Padre Generale]; e che senza dubbio questo libro mi procurerà delle difficoltà, il cui peso dovrà sopportare ancóra il povero Padre Generale. […] Ma che posso farci? Non è possibile per me smettere di pensare e dire ciò che mi sembra vero. Sii prudente? Faccio del mio meglio per esserlo».
Leggendo il libro oggi, dopo gli alti e bassi postconciliari, si ha la sensazione che sarebbe potuto servire da guida ai cambiamenti. Ma quando fu pubblicato le cose suonavano diversamente. Fin dall’inizio, il solo uso della parola “riforma”, almeno in Italia, parve riecheggiare lo scisma protestante.
Sebbene il libro avesse allora ricevuto alcune recensioni entusiastiche (tra cui quella dell’Osservatore Romano), furono sollevati anche sospetti, che avevano più a che fare con il contesto che con il libro in sé stesso. 

Congar racconta l’aneddoto di quella signora che era andata a comprare uno dei suoi libri e alla quale il libraio domandò: «anche lei è comunista?»

Complicazioni del momento

Il Padre Generale dei Domenicani, Manuel Suárez, era un uomo prudente in una situazione difficile. Tutto era complicato dalla questione dei preti operai, in cui erano coinvolti diversi domenicani francesi (ma non Congar). Questo audace e interessante progetto evangelizzatore forse in un altro contesto, e con una maggiore attenzione pastorale da parte dei soggetti coinvolti, avrebbe potuto portare serenamente i suoi frutti.
Ma con le due tensioni succitate era irrealizzabile. Da un lato si moltiplicavano le critiche e le denunce; dall’altro, si vedevano opportunità di reclutamento da parte dei comunisti.

Tutto è crollato a motivo di alcune defezioni. E questo provocò un intervento nei domenicani di Francia nel 1954, ma attraverso lo stesso Padre Generale. Tra l’altro, a Congar fu chiesto di smettere di insegnare (anche se non di scrivere). Anche la seconda edizione di Vera e Falsa Riforma e le sue traduzioni furono ritardate (ma quella spagnola è uscita nel 1953). Non ci furono ulteriori sanzioni e nulla è stato messo all’Indice, come si era temuto. Ma per molti anni egli non sarebbe stato in grado di tornare all’insegnamento regolare.

E il nunzio Roncalli? Era uno che li studiava. Certo è stato un uomo fedele alla Santa Sede, che ha agito con buon senso e con grande umanità. Fu puntato sia dalle denunce che arrivavano direttamente a Roma (anche dai vescovi) sia dai provvedimenti che furono presi attraverso i superiori generali. Tuttavia, quando come Papa convocò il Concilio, sia de Lubac che Congar furono chiamati alla commissione preparatoria. E avrebbero giocato un grande ruolo: De Lubac più come ispiratore, ma Congar anche come scrittore di molti testi. Chiesa, ecumenismo… Erano i suoi temi! 

L’intenzione del libro

Già il titolo è in sé un programma Vera e falsa Riforma nella Chiesa. Non si tratta della “Riforma della Chiesa”, ma della “Riforma nella Chiesa”. E questo perché la Chiesa non è nelle mani degli uomini. La Riforma è fatta per sua stessa natura, rimuovendo ciò che ostacola più che inventando. E occorre lavorare per adattare la vita e la missione della Chiesa ai mutamenti dei tempi. Non per la comodità del contesto, ma per l’autenticità della missione. Per questo, in realtà, «le riforme risultano essere un fenomeno costante nella vita della Chiesa, nonché un momento critico per la comunione cattolica», sottolinea Congar nel prologo del 1950.

In un momento di effervescenza come quello che si stava vivendo, sembra anche importante studiare il fenomeno, per riformare bene, imparando dall’esperienza storica ed evitando errori. Dice lucidamente nello stesso luogo: «La Chiesa non è solo un quadro, un apparato, un’istituzione. È una comunione. C’è in essa un’unità che nessuna secessione può distruggere, l’unità che i suoi elementi costitutivi generano da sé stessi. Ma c’è anche l’unità esercitata o vissuta dagli uomini. Questa interroga il suo atteggiamento, è costruita o distrutta da quell’atteggiamento e costituisce la comunione». 

In questo c’è un’eco di Johann Adam Möhler, sempre ammirato (e editato) da Congar 

La prefazione del 1967 spiega il cambiamento del contesto da quello di quando ha scritto il libro. Da un lato, la magnifica Ecclesiologia del Concilio, ma anche i rapporti con un mondo molto più indipendente di quello ecclesiale. Questo è positivo in un certo senso; ma, dall’altro, «ciò che viene dal mondo rischia di essere vissuto con un’intensità, una presenza, un’evidenza che supera le affermazioni di fede e gli impegni della Chiesa». Questo esige una nuova presenza evangelizzatrice.

D’altra parte, Congar avverte (siamo nel 1967) che «accade che alcuni, imprudentemente, mettano in discussione tutto senza una preparazione sufficiente […]. Nella situazione attuale, non sottoscriveremmo tal quale le linee ottimistiche che riserviamo alla spinta riformista dell’immediato dopoguerra. Non perché siamo pessimisti, ma perché certi orientamenti, e anche certe situazioni, sono davvero preoccupanti».  Malgrado tutto, gli sembra che il libro mantenga una sostanziale validità.

La struttura

Ne descrive la struttura nel prologo del 1950 come segue: «Tra un’introduzione che studia il fatto delle riforme come si presenta oggi e una conclusione, inseriamo due grandi parti, a cui gli parve opportuno aggiungerne anche una terza: 1. Perché e in che senso la Chiesa viene costantemente riformata? 2. A quali condizioni una riforma può essere vera e realizzarsi senza provocare traumi? 3. Riforma e protestantesimo». 

Aggiunse la terza parte per comprendere meglio la Riforma e la rottura che essa supponeva. Avrebbe dovuto essere una riforma della vita, ma si è voluta riformare la struttura, il che ha portato allo scisma.

L’introduzione conferma il fatto della riforma nella storia della Chiesa: «La Chiesa ha sempre vissuto riformandosi […] la sua storia è stata segnata dai movimenti di riforma. […] A volte sono gli ordini religiosi a correggere il proprio rilassamento […] con tale impeto che tutta la cristianità si commuove (San Benedetto d’Aniano, Cluny, San Bernardo). A volte furono gli stessi papi a intraprendere una riforma generale degli abusi o di uno stato di cose gravemente carente (Gregorio VII, Innocenzo III)».

 In seguito, l’autore fa notare che il tempo in cui si scrive il libro è un tempo di fermento. Quindi tratta a lungo della «situazione della critica nella Chiesa cattolica». C’è, infatti, un’autocritica a cui bisogna prestare attenzione per facilitare i miglioramenti.

La prima parte, quella più lunga, è intitolata «Perché e in che senso si riforma la Chiesa?«. Si articola in tre capitoli e studia il binomio della santità di Dio e delle nostre debolezze, di cui la Chiesa è composta. E lo fa ripercorrendo il tema nella patristica, nella scolastica, in altri contributi teologici e nel Magistero. Sottolinea il significato del mistero della Chiesa come cosa di Dio. E determina cosa nella Chiesa c’è di fallibile e di infallibile.

Condizioni per una riforma senza scisma

È il titolo della seconda parte, che racchiude la parte più corposa e lucida del libro. Fa notare che in ogni movimento c’è spazio per uno sviluppo autentico o una deviazione, e che molte volte la reazione a un errore unilaterale provoca anche una interpretazione unilaterale. Poi studia quali sono le condizioni di una vera riforma. E indica quattro condizioni.

Il primo è “il primato della carità e della pastorale”. Non è possibile tentare di riformare la Chiesa solo con idee o ideali, che possono rimanere affermazioni teoriche: bisogna attenersi alla pratica pastorale, che è ciò che garantisce l’efficacia. Le eresie spesso trattano la Chiesa come un’idea e maltrattano la realtà creando tensioni distruttive.

La seconda condizione è «rimanere nella comunione del tutto«. È anche la condizione dell’essere cattolici, uniti all’universale nella Chiesa. Molte volte l’iniziativa parte dalla periferia, ma va integrata con il centro, che svolge un ruolo normativo.

La terza condizione segue la precedente ed è “la pazienza, cioè evitare la fretta”. Unità e integrazione hanno i loro tempi, che vanno rispettati, e la precipitazione provoca rotture. Quella pazienza, a volte dolorosa, è prova di autenticità e rettitudine di intenzioni. Congar l’ha vissuta nella sua stessa carne, anche se neppure lui è sempre riuscito ad essere molto paziente.

La quarta condizione è che il vero rinnovamento presuppone un ritorno al principio e alla tradizione, non l’introduzione di una novità in virtù di un «adattamento meccanico«. Congar distingue ciò che è un adattamento, cioè uno sviluppo legittimo che deve essere fatto collegandosi con le fonti della Chiesa, da quello che sarebbe l’introduzione di una novità che si aggiunge come qualcosa di improvvisato. In questo egli si ispirava anche a Newman, un altro dei suoi grandi riferimenti.

Anche sulla Riforma

Come se fosse un’eco, l’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964) di Paolo VI, nell’ambito del Concilio, ancora da concludere, parla delle condizioni per una vera riforma della Chiesa; e del metodo, che deve essere il dialogo. Si tratta di «restituirle sempre la sua forma perfetta che, da un lato, corrisponde al progetto originario e che, dall’altro, si riconosce coerente e approvata in quello sviluppo necessario che, come un albero dal seme, a partire da quel disegno ha dato alla Chiesa la sua legittima forma storica e concreta». 

Successivamente anche Benedetto XVI farà riferimento alla necessaria distinzione tra riforma e rottura nell’interpretazione della volontà del Concilio Vaticano II e specificherà l’ermeneutica con cui va letta.

Notizie bibliografiche

Una grande biografia di Congar è stata appena pubblicata da Étienne Fouillox, che ha curato anche il suo Diario di un teologo (1946-1956), ed è in Francia un noto storico di quell’interessantissima epoca. Inoltre, in proposito si possono anche trovare, anche online, diversi studi dei professori Ramiro Pellitero e Santiago Madrigal.

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