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Santa Sede, vista sulla Cina: cosa significa il rinnovo dell’accordo?

La Santa Sede e la Cina stanno negoziando il rinnovo dell'accordo segreto per l'elezione dei vescovi, mentre da qualche settimana è iniziato il processo al cardinale Zen.

Andrea Gagliarducci·21 de octubre de 2022·Tiempo de lectura: 6 minutos
Papa y Zen

Foto: Il Papa e il cardinale Zen si salutano il 10 gennaio 2018. ©CNS/Paul Haring

Testo originale del articolo in spagnolo qui

Sembra ormai imminente l’annuncio del rinnovo dell’accordo sino-vaticano per la nomina dei vescovi. L’accordo, siglato nel 2018 e rinnovato nel 2020 per altri due anni ad experimentum, non è mai stato reso noto. Finora ha permesso la nomina di sei vescovi con la doppia approvazione di Pechino e Santa Sede, ma per due di quei vescovi le procedure di nomina erano già iniziate. Non un bilancio esaltante. Il Papa, però, sembra voler andare avanti in questo percorso di dialogo. E ha continuato a tendere le mani alla Cina. Nel frattempo, ad Hong Kong si sta celebrando un processo contro il Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, accusato di collusione con le forze straniere. 

Quale è la posizione della Santa Sede? E perché si continua sulla strada di un accordo?

Il processo al Cardinale Zen e la mano tesa del Papa

Il processo al Cardinale Joseph Zen è iniziato il 26 settembre. Il cardinale era stato arrestato l’11 maggio, e rilasciato poi su cauzione. È accusato di interferenze straniere, in particolare per la partecipazione a un fondo, il 612 per aiutare i manifestanti arrestati nelle proteste del 2019. Il fondo era stato sciolto già nel 2021. 

La Santa Sede aveva subito fatto sapere di aver appresso “con preoccupazione” dell’arresto del Cardinale Zen. L’arresto, però, non aveva interrotto nemmeno le linee di dialogo aperte per il rinnovo dell’accordo sino-vaticano. 

Da parte vaticana, c’era la volontà di fare qualche modifica all’accordo. Da parte cinese, c’era invece la volontà di portare avanti l’accordo così come era. Alla fine, sembra sarà questa seconda l’opzione che sarà portata avanti. 

Per quanto riguarda il Cardinale Zen, invece, la Santa Sede continuerà a seguire la situazione, ma cercherà di non intromettersi. E questo nonostante le proteste degli stessi cardinali. In particolare, il Cardinale Gerhard Ludwig Mueller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva sollevato durante il concistoro del 29-30 agosto il fatto che di là ad un mese si sarebbe celebrato contro il Cardinale un processo ingiusto, chiedendo una presa di posizione forte. Questa presa di posizione non c’è stata. 

La via del dialogo

Il motivo per cui l’opposizione non ci sia stata è poi spiegato da quello che successo durante il viaggio di Papa Francesco in Kazakhstan dal 13 al 15 settembre. Durante il viaggio, Papa Francesco ha voluto tendere la mano verso la Cina. Lo ha fatto tornando andando verso il Kazakhstan, sottolineando con i giornalisti  di essere sempre pronto ad andare in Cina, e lo ha fatto anche in maniera informale, cercando una strada per incontrare il presidente Xi ad Astana, quando sia lui che il presidente cinese si trovavano nella capitale kazaka.

Questo incontro non è avvenuto, anche se da parte cinese si è fatto sapere che c’è stato apprezzamento per la volontà del Papa, nonché per le parole del Papa stesso riguardo la Cina. Era un segno che i negoziati erano andati abbastanza bene, compatibilmente con le diverse necessità, e che si andava verso la firma di un accordo. 

Sempre durante il viaggio in Kazakhstan, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha mostrato segnali di apertura riguardo un possibile upgrade delle relazioni diplomatiche con Pechino, sottolineando di essere sempre aperto a spostare da Hong Kong a Pechino la “missione di studio” della Santa Sede sulla Cina. Sono parole che hanno un peso, e che vanno lette come un segnale di apertura a parlare anche delle relazioni diplomatiche. 

Non si pensa comunque a piene relazioni diplomatiche per ora. Queste implicherebbero la necessità di chiudere le relazioni con Taiwan, che invece è stato finora per la Santa Sede un partner affidabile. Non a caso, ai festeggiamenti per gli 80 anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Taiwan, il 5 ottobre, c’era moltissimi officiali vaticani a partire dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, che ha tenuto un breve discorso.

Si spiega così il fatto che quando è stato richiesto al Cardinale Parolin se la Santa Sede fosse stata disposta a rompere le relazioni diplomatiche con Taiwan, ha semplicemente risposto: “Per ora le cose restano così”. 

Allo stesso tempo, però, Parolin voleva lanciare un segnale. L’idea è che, dopo l’accordo, si cominci un rapporto più stretto tra Santa Sede e Pechino. Si parla dello stabilimento di un comitato congiunto sino-vaticano, che si possa incontrare a cadenza fissa per poter discutere dei progressi dell’accordo e magari delineare una road map per un ulteriore avvicinamento della Santa Sede a Pechino.

Il rinnovo dell’accordo

L’ultimo round negoziale conosciuto tra Santa Sede e Pechino si è tenuto in Cina dal 28 e il 2 settembre 

Il luogo era simbolicamente importante, considerando che è una delle diocesi vacanti in Cina, dal 2005 senza un vescovo riconosciuto. 

La delegazione vaticana ha anche visitato il vescovo sotterraneo Melchiorre Shi Hongzhen, che ha 92 anni. In un mondo in cui tutto va letto in simboli, si trattava di un segnale forte da parte della Santa Sede, a dimostrare che nonostante la volontà di portare avanti un dialogo, la situazione dei cattolici in Cina non era stata dimenticata.

Dall’altro canto, la Santa Sede ha anche apprezzato la disponibilità mostrata dalle autorità cinesi. La delegazione della Santa Sede andava, come consapevole, con l’idea di poter cambiare alcune parti dell’accordo, ma anche consapevole che lo stop sul dialogo avvenuto a causa della pandemia era un motivo sufficiente per mantenere le cose così come stavano, e al limite elevare ulteriormente la quantità degli scambi.

Forse si eleverà il peso diplomatico dell’accordo, ma anche questo è tutto da definire. Di certo, la Santa Sede sembra essere più interessata della Cina a continuare un processo di negoziazione. 

La questione ucraina sullo sfondo

Paradossalmente, la crisi in Ucraina ha, in qualche modo, avvicinato Cina e Santa Sede. I particolare, le parole di Zhang Jun, ambasciatore di Cina presso le Nazioni Unite, sono state annotate come importanti. Parlando della questione ucraina, Zhang ha sottolineato: “La posizione della Cina rimane coerente: sovranità e integrità territoriale di ogni Paese devono essere rispettate, i principi della Carta ONU devono essere rispettati. La Cina è sempre stata dalla parte della pace, promuovendo la pace e il dialogo, e continuerà a giocare un ruolo costruttivo”.


Zhang ha anche detto che “il confronto tra blocchi e sanzioni porteranno solo ad una strada senza uscita”. 

La posizione cinese rimarca quella della Santa Sede, e c’è anche la possibilità che la Santa Sede trovi in Pechino una sponda per portare avanti una sorta di negoziato di pace in Ucraina. La Santa Sede, d’altronde, non può imporre la sua presenza come forza di mediazione, e per ora né Russia né Ucraina intendono affidarvisi. 

Eppure, ci sono molte attività informali per cercare di trovare una soluzione al conflitto ucraino, e se la Santa Sede crederà che la Cina può essere un partner affidabile lo farà. 

La questione dello Stretto di Taiwan

La questione dello Stretto di Taiwan è più complessa. Come difende la sovranità dell’Ucraina, la Santa Sede difende la sovranità di Taiwan. 

 Nel suo discorso al ricevimento per gli 80 anni della relazioni Taiwan – Santa Sede, l’ambasciatore Matthew Lee ha sottolineato che “la sicurezza nello Stretto di Taiwan è fondamentale per la pace e la stabilità globale, pur sottolineando che Taiwan non ha assolutamente intenzione di creare conflitti, come ha sottolineato anche la presidente Tsai. 

Il discorso di Lee era molto chiaro nel lanciare un segnale alla Santa Sede, rimarcare i sentimenti di amicizia e cooperazione e sottolineare le difficoltà che possono crearsi a livello regionale. Da questo punto di vista, è interessante la presenza dell’arcivescovo Gallagher, ma anche la decisione dell’arcivescovo nel suo discorso di non sbilanciarsi su temi politico – diplomatici. Anche in quel caso, la volontà è quella di non fare dichiarazioni affrettate che possano bruciare i rapporti con la Cina.

C’è da ricordare che il 14 febbraio febbraio 2020 l’arcivescovo Gallagher ha incontrato il suo omologo cinese Wang Yi a Monaco, a margine dell’incontro della sicurezza. Se non ci fosse stata la pandemia, probabilmente i contatti sarebbero proseguiti e assisteremmo perlomeno ad una sorta di commissione sino-vaticana, una piattaforma stabile di dialogo che possa permettere di portare avanti l’accordo sino Vaticano. 

Un rinnovo dell’accordo?

Sono tutte questioni che sembrano destinate a rimanere sullo sfondo. Papa Francesco definisce il documento come “pastorale”, mentre dalla Santa Sede si fa notare che in virtù di quell’accordo non ci sono più vescovi illegittimi in Cina, ovvero non riconosciuti da Roma. 

Questo, però, non ha portato alla fine del processo di sinizzazione lanciato da Xi, e ribadito nell’ultimo congresso del Partito Comunista, e ha aumentato le pressioni sui cattolici locali perché si iscrivano all’Associazione Patriottica.

L’Associazione, fondata nel 1957, è l’organismo governativo cui i sacerdoti devono essere iscritti, per mostrare buona volontà e appunto patriottismo. 

Al termine della X Assembla Nazionale dei rappresentanti cattolici cinesi, che si è tenuta nella ormai nota città di Wuhan, dunque, monsignor Giuseppe Li Shan, arcivescovo di Pechino, è stato eletto presidente dell’Associazione Patriottica, mentre monsignor Shen Bin, vescovo di Haimen, guiderà il Consiglio dei vescovi cinesi, l’organismo collegiale non riconosciuto dalla Santa Sede.

La nomina di Li Shan sembra un segno di distensione, perché questi fu consacrato vescovo nel 2007, con il consenso della Santa Sede, secondo una procedura in vigore prima dell’accordo sino-vaticano del 2018 che segnò, di fatto, una distensione di rapporti delineata dalla lettera di Benedetto XVI ai cattolici di Cina.

Al di là di questi segni di distensione, restano, però, tutti i problemi della Santa Sede in Cina. E non sono di facile soluzione. 

El autorAndrea Gagliarducci

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