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Papa Francesco, ultimo appello per l’Ucraina

Con il suo appello per la fine della guerra in Ucraina il 2 ottobre 2022, Papa Francesco ha tracciato una linea chiara e ha chiarito la sua posizione sulla guerra. Un chiarimento probabilmente necessario, dopo che le parole e la posizione di Papa Francesco hanno suscitato critiche nella stessa Ucraina.

Andrea Gagliarducci·9 de octubre de 2022·Tiempo de lectura: 5 minutos
Papa Francisco Ucrania

Con il suo appello per la fine della guerra in Ucraina del 2 ottobre 2022, Papa Francesco ha stabilito una netta linea di demarcazione e chiarito in maniera netta la sua posizione sulla guerra. Un chiarimento probabilmente necessario, dopo che le parole e prese di posizione di Papa Francesco avevano lasciato adito a varie critiche proprio in Ucraina. 

Quello del Papa era un testo molto studiato, diplomatico e calibrato in ogni parola, che intendeva appunto mettere in luce la gravità della situazione. Non sappiamo cosa abbia portato il Papa a fare quell’appello, se la nuova minaccia nucleare o la situazione che si è creata dopo le annessioni della Russia di Donetsk. Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson e il discorso di Putin che agitava lo spettro della minaccia nucleare. 

Sappiamo però che le parole di Papa Francesco sono venute al culmine di un grande sforzo diplomatico della Santa Sede, che sin dall’inizio del conflitto ha lavorato incessantemente dietro le quinte. 

Il discorso di Papa Francesco

Papa Francesco ha deciso di parlare in occasione della preghiera dell’Angelus. L’appello per la fine della guerra in Ucraina è stato fatto al posto del commento al Vangelo che generalmente precede la preghiera dell’Angelus. Solo in un’altra occasione era successo: l’1 settembre 2013, quando il Papa affrontò il tema della guerra in Siria e lanciò la giornata di preghiera e di digiuno per la pace del 7 settembre successivo. 

Il rischio, facendo questa scelta, è stato quello di dare al discorso del Papa una connotazione prettamente politico-diplomatica, senza ancoraggio al Vangelo, come in genere sono tutti i discorsi del Papa. Come detto, è successo solo in un’altra occasione. È il segno che la situazione per il Papa è tragico. 

Nel discorso Papa Francesco ha sottolineato che “certe azioni non possono mai essere giustificate”, e ha detto che è “angosciante che il mondo stia imparando la geografia dell’Ucraina attraverso nomi come Bucha, Irpin, Mariupol, Izium, Zaporizhzhia e altre località, che sono diventate luoghi di sofferenze e paure indescrivibili. E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica? È assurdo.»

In maniera chiara, il Papa ha così stigmatizzato gli omicidi di massa e le prove di torture rinvenute in queste località. 

Quindi, Papa Francesco ha fatto prima di tuto appello al presidente della Federazione Russa “supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte”. 

Il Papa si è rivolto anche al Presidente dell’Ucraina, perché sia “aperto a serie proposte di pace”. 

Non si tratta di una richiesta al presidente ucraino di accettare l’invasione. Il dettaglio importante è che si apra a “serie” proposte di pace. Per la Santa Sede, “serie proposte di pace” sono da intendere le proposte di pace che non tocchino l’integrità territoriale dell’Ucraina, che chiudano lo stillicidio della guerra, che riportino equilibrio nella regione.  

Il dialogo con la Federazione Russa

La Santa Sede non ha mai smesso di dialogare con la Federazione Russa. Papa Francesco, a più riprese, ha fatto sapere di essere disposto ad andare a Mosca. Il 25 febbraio, a guerra appena cominciata, decise in maniera del tutto irrituale di andare a visitare l’ambasciata della Federazione Russa presso la Santa Sede, cercando un dialogo con il presidente russo Vladimir Putin, una “finestrina” aperta, come ha sottolineato lo stesso Papa. 

Questa “finestrina” non si è mai aperta. Eppure, il dialogo è rimasto costante. Il Cardinale Pietro Parolin aveva avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov l’8 marzo 2022, e lo ha incontrato a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. 

Secondo il ministero degli Esteri russo, durante il colloquio Lavrov avrebbe “spiegato le ragioni dell’attuale crisi nei rapporti tra Russia e Occidente, che è stata il risultato della ‘crociata’ della NATO per distruggere la Russia e dividere il mondo”. Sempre il ministero degli Esteri ha sottolineato che “le misure adottate dal nostro Paese sono volte a garantire indipendenza e sicurezza, nonché a contrastare le aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti di controllare tutti i processi mondiali”.

In quell’occasione si era parlato anche dei referendum che, diceva ancora il ministero degli Esteri russo – sono la realizzazione dei legittimi diritti degli abitanti di questi territori all’autodeterminazione e all’organizzazione della vita secondo le proprie tradizioni civili, culturali e religiose”.

Questa è ovviamente solo la versione russa della storia. La Santa Sede non ha fato comunicazioni ufficiali. Si sa, tuttavia, che è stato il Cardinale Parolin a chiedere l’incontro.

Dall’incontro, non solo è risultata una situazione complicata, ma anche l’assoluta difficoltà (per non dire impossibilità) a coinvolgere i russi in un negoziato di pace. Da qui, probabilmente, nasce anche l’Angelus di Papa Francesco sfumato nei dettagli. Come se si fosse consapevole che la Santa Sede non può essere una forza di mediazione.

Una mediazione della Santa Sede per la fine della guerra?

Non può esserlo perché una mediazione, per avere frutto, deve essere voluta da entrambe le parti. Al momento, però, sembra che non ci sia una volontà russa di avere una mediazione. Anche una recente intervista del metropolita Antonij, a capo del Dipartimento di Relazioni Estere del Patriarcato di Mosca, ha mostrato che Russia e Santa Sede sembrano non essere così vicine.

“Al momento, i rapporti tra il Vaticano e il Patriarcato di Mosca sono congelati”, ha detto Antonij all’agenzia russa Interfax. Per quanto si parli di un rapporto ecumenico, questo rapporto ha anche un impatto politico, specialmente per il modo in cui il Patriarcatto di Mosca è legato a doppio filo alla presidenza della Federazione Russa. 

Sono tempi molto diversi da giugno, quando era stata proprio l’agenzia governativa russa Ria Novosti a diffondere la notizia che la Federazione Russa sosteneva la mediazione della Santta Sede per la risoluzione della Guerra in Ucraina. Lo faceva riportando dichiarazioni di Alexei Paramonov, direttore del primo dipartimento europeo del Ministero degli Esteri russo, il quale aveva notato, in un cambio di tono molto significativo, che la dirigenza vaticana ha più volte dichiarato la propria disponibilità a fornire ogni possibile assistenza per raggiungere la pace e fermare le ostilità in Ucraina. Queste osservazioni sono confermate nella pratica. Manteniamo un dialogo aperto e fiducioso su una serie di questioni, principalmente legate alla situazione umanitaria in Ucraina”.

Cosa è cambiato da giugno ad oggi? Innanzitutto, è cambiato l’andamento della guerra, e dunque anche la disponibilità al negoziato. E poi, è cambiato l’impegno della Santa Sede. Che, a livello diplomatico, parte sempre da un punto imprescindibile: rispettare l’integrità territoriale ucraina. 

L’integrità territoriale ucraina

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, aveva chiesto di “resistere alla tentazione di accettare compromessi sull’integrità territoriale ucraina” a margine di una conferenza alla Pontificia Università Gregoriana lo scorso 14 giugno.

Gallagher era stato in visita in Ucraina tra il 18 e il 21 maggio, e durante quel viaggio aveva sottolinea to che la Santa Sede “difende l’integrità territoriale ucraina.” 

Ovvio che per la Santa Sede sia necessaria una soluzione negoziata, e non guerreggiata. 

Come Chiesa, aveva detto Gallagher, “dobbiamo lavorare per la pace e sottolineare anche la dimensione ecumenica. Inoltre dobbiamo resistere alla tentazione di accettare compromessi sull’integrità territoriale Ucraina. Dobbiamo usare al contrario questo», quello della territorialità, «come principio di pace. Speriamo di poter iniziare presto un negoziato una trattativa per un futuro di pace”.

Il gesto di Papa Francesco va inteso, allora, all’interno di questa cornice diplomatica. L’integrità territoriale ucraina non è in discussione. Come non è in discussione il giudizio della Santa Sede sulla guerra. Basti considerare che già nel 2019, quando il Papa convocò il Sinodo e i vescovi greco-cattolici ucraini a Roma per un incontro interdicasteriale, il Cardinale Parolin descrisse quello che avveniva in Ucraina come “guerra ibrida”. 

Con la sua dichiarazione, Papa Francesco ha voluto ulteriormente chiarire la sua posizione. Forse è un chiarimento tardivo, di fronte a diverse situazioni che hanno colpito una sensibile opinione pubblica ucraina – dalla scelta di far portare la croce alla Via Crucis del Venerdì Santo a una donna russa e una donna ucraina, gesto visto come una pressione per la riconciliazione, alla preghiera per l’intellettuale russa Darya Dugina, lanciata senza riferimento alla persona, ma collegando l’attentato che ne ha provocato la morte alla guerra in Ucraina quando ancora non si sa chi abbia messo una bomba nella sua macchina. 

Ad ogni modo, il Papa ha marcato una linea ben precisa, un punto di non ritorno. Può sembrare un tentativo disperato, un ultimo appello per l’Ucraina. Ma forse è l’inizio di una nuova offensiva diplomatica della Santa Sede, giocata dietro le quinte. 

El autorAndrea Gagliarducci

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