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Mariano Fazio: “Il cristiano deve essere tradizionale, non tradizionalista: aperto al rinnovamento, senza cadere nel progressismo sconsiderato”

“Siamo nella Chiesa e nel mondo per amare, perché questa è la vocazione umana e cristiana”. Mariano Fazio, vicario ausiliario dell'Opus Dei, in questa intervista parla a Omnes di libertà e amore, che sono i temi del suo ultimo libro, ma anche della famiglia e dell'appartenenza alla Chiesa, e di come i classici possono essere la preparazione per seminare il Vangelo in un mondo secolarizzato.

Maria José Atienza·8 de septiembre de 2022·Tiempo de lectura: 9 minutos
mariano fazio

Testo originale del articolo in spagnolo qui

Testo del articolo in inglese qui

Mariano Fazio Fernández, sacerdote nato a Buenos Aires nel 1960 e attualmente vicario ausiliare dell’Opus Dei, ha presentato poche settimane fa presso la sede di Madrid dell’Università della Navarra il suo libro dal titolo ‘Libertà di amare attraverso i classici’, la cui recensione è stata pubblicata sul numero 714 di Omnes. 
È un’opera, l’ultima di quasi trenta titoli, in cui, attraverso esempi contenuti in opere letterarie classiche di tutti i tempi, e soprattutto tra queste «il classico dei classici, la Bibbia», l’autore mostra come la libertà dell’essere umano sia orientata all’amore: all’amore di Dio e all’amore reciproco, specialmente nella vita dei membri della Chiesa.

Infatti, «essere nella Chiesa è amare Cristo e, per Cristo, gli altri» dice Mariano Fazio in questa intervista, nella quale condivide con noi la sua opinione sulla secolarizzazione e il ruolo della cultura odierna, il compito delle famiglie nell’evangelizzazione e la continuità del magistero negli ultimi pontificati.

Parlare di libertà e di amore in questi tempi, in cui gran parte della società sembra aver perso l’orientamento, non è facile. Abbiamo forse perso la direzione della libertà o dell’amore?

— Penso che ciò che abbiamo smarrito derivi dall’aver separato la libertà dall’amore.

Gli esseri umani sono stati creati liberi per qualcosa. Ogni realtà ha uno scopo. In alcune dimensioni della cultura contemporanea è stata ampiamente messa in rilievo la libertà di scelta, la possibilità di scegliere nelle cose che non sono importanti. di conseguenza abbiamo una visione della libertà che è molto impoverita.

D’altra parte, se ci si rendesse conto che questa libertà ha una direzione e che la direzione —secondo l’antropologia cristiana— è l’amore di Dio e degli altri, si avrebbe una visione della libertà infinitamente più ricca.

Oggi si parla tanto di libertà, eppure mi sembra che ci sia una grande mancanza di libertà perché purtroppo siamo tutti soggetti a dipendenze di ogni tipo. La principale dipendenza è l’egocentrismo: il fatto di concentrarci sul nostro benessere, sui nostri progetti personali, ecc. Insieme a questo, vediamo che in moti settori sono presenti dipendenze più specifiche, come la droga, la pornografia o il desiderio di beni materiali.

Siamo in una società contraddittoria in cui proclamiamo la libertà come il più alto valore umano, ma viviamo come schiavi delle nostre dipendenze. Abbiamo ridotto la libertà alla possibilità di scelta tra una cosa o l’altra e abbiamo perso il significato che quella della libertà è una visione orientata all’amore.

Tuttavia, la società spesso spaccia la libertà come qualcosa che si fonda sulla molteplicità di scegliere, di provare «temporaneamente» di tutto.… 

—Non è possibile trovare la felicità nella semplice possibilità di scegliere. Per scegliere bisogna avere un criterio, un certo l’orientamento della libertà.

Kierkegaard afferma che quando una persona ha davanti a sé tutte le possibilità, è come se non avesse davanti nulla, perché non ha nessun motivo per scegliere una cosa o l’altra.

Per essere felici dobbiamo orientare ciascuna delle nostre scelte in modo che siano coerenti con il fine ultimo dell’amore. Questa non è solo una dottrina teologica o filosofica. Tutti sperimentiamo nel nostro cuore il desiderio di felicità. Lo disse Aristotele, e non è vero solo perché lo dice Aristotele, ma perché lo viviamo in tutte le circostanze della nostra vita.

Molte volte ci sbagliamo nello scegliere il luogo in cui si trova la felicità. I tre luoghi classici in cui cadiamo sono i piaceri, i beni materiali o il nostro stesso ego: il potere, l’ambizione di essere ammirati. E non è così.

La felicità la si trova nell’amore, il che implica la donazione. Non lo troviamo nella semplice possibilità di scelta. Per esperienza universale, troviamo la felicità quando scegliamo di dimenticare noi stessi e di donarci a Dio e agli altri per amore.

In ‘Libertà di amare attraverso i classici’, lei non solo usa citare le grandi opere letterarie, ma torna spesso anche sulla Bibbia.
C’è chi considera la Bibbia un libro dogmatico che ha poco da dire sulla libertà.

— Uso i grandi classici perché sono libri che ci parlano ancora oggi, sebbene siano stati scritti secoli prima. I classici presentano i grandi valori della persona umana: verità, bontà, bellezza, amore. Oltre a tutti gli altri ne abbiamo uno che può essere definito il classico dei classici: la Bibbia.

È impressionante vedere come tutti i grandi classici della letteratura universale, almeno quelli moderni e contemporanei, si abbeverino alla fonte biblica. Lo fanno in modo esplicito o addirittura senza saperlo, perché sono immersi nella nostra tradizione culturale, che dobbiamo preservare perché si corre il rischio di perderla.

Dio stesso ha scelto una forma narrativa per presentarci il suo progetto di felicità umana. La forma narrativa è la meno dogmatica che ci possa essere: ci viene offerta una narrazione storica. Gesù Cristo, quando ci apre le vie della Vita, lo fa mediante parabole; non presenta un elenco di principi dogmatici, ma racconta una storia: “Un padre aveva due figli…”; “Sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico…”. Anche questa stessa forma di espressione costituisce una proposta, che ognuno può decidere se seguire o meno.

Evidentemente, in séguito, lungo la storia della storia della Chiesa, è stato necessario formulare in modo sistematico le verità cristiane che sono contenute nella Bibbia; non è però un’imposizione, ma sarà sempre una proposta. Questo non significa che, in alcune occasioni, noi cristiani abbiamo voluto imporre queste verità con mezzi poco “edificanti”, e in questo abbiamo indubbiamente tradito lo spirito evangelico, che è quello di proporre la fede, non quello di imporla.

Lei ha pubblicato quasi trenta libri, tra i quali troviamo schizzi biografici. Come quello di papa Francesco, san Giovanni XXIII o san Josemarìa Escrivà, ma anche libri sulla cultura e sulla società moderna. Perché questa attenzione ai temi culturali e letterari?

Sono convinto che la crisi della cultura contemporanea sia tanto grande da aver perso i suoi punti di riferimento. Non solo a proposito della vita cristiana, ma anche di cosa o chi sia la persona umana.

Gli uomini e le donne sono fatti per la verità, la bontà, la bellezza. I grandi classici della letteratura universale propongono questa visione della persona umana. Non sono libri buonisti o semplicioni, tutt’altro. Trattano tutti i temi chiave del dramma dell’esistenza: peccato, morte, violenza, sesso, amore…

Leggendo grandi opere come I Miserabili, Los Novios, o Don Chisciotte de la Mancia, ci si accorge che la persona è piena di bene e non di male, o che è meglio dire la verità che mentire, o che l’anima viene nobilitata contemplando la bellezza. In sintesi, i classici ci danno gli strumenti per distinguere i grandi valori, che sono i valori umani e i valori cristiani. Al giorno d’oggi, in molte occasioni, è più difficile riferirsi direttamente al catechismo. D’altra parte, questo stile narrativo degli autori classici, quello che abbiamo visto essere lo stesso che Dio ha scelto per trasmetterci le sue verità, può essere una preparazione al Vangelo.

Viviamo in una società molto secolarizzata in cui dobbiamo preparare il terreno per impiantare il Vangelo. Tutte le mie opere sulle questioni culturali hanno, quindi, questo desiderio apostolico, evangelizzatore.

Lei ci fa notare che siamo stati creati liberi di amare. In questo senso possiamo affermare che siamo nella Chiesa per amare?

— Siamo nella Chiesa e nel mondo per amare, perché questa è la vocazione cristiana e la vocazione umana. È un’esperienza esistenziale.

Le persone veramente libere, con un’esistenza piena, sono le persone che sanno amare.

Potremmo fare tanti esempi nella storia e nella letteratura, dove i grandi personaggi, i più attrattivi, sono quelli che pensano sempre agli altri. Siamo nella Chiesa per amare Dio e il prossimo con la misura dell’amore che Cristo ci ha dato.

Amore significa anche adempiere a una serie di obblighi, è evidente, ma non per un semplice dovere, ma perché ci rendiamo conto che attraverso questi obblighi si concretizza un modo di amare.

Uno dei punti cardine di questa relazione d’amore, anche all’interno della Chiesa, è quello di sentirsi o sapersi ricambiato. Come amare gli altri, la Chiesa, quando non sentiamo questa corrispondenza?

— È importante ricordare, questa è un’idea di san Josemaría Escrivá, che la Chiesa è soprattutto Gesù Cristo. Siamo il corpo mistico di Cristo.

Può darsi che, soggettivamente, ci sia chi una volta o l’altra non si trova bene all’interno della Chiesa perché le sensibilità sono tante, e ritiene che la propria sensibilità non sia accolta, o anche perché è sconvolto da alcuni eventi poco edificanti che accadono nella Chiesa oggi e sono accaduti in ogni tempo. Ma noi non facciamo parte della Chiesa perché è una comunità di santi o di puri, ma ne facciamo parte perché seguiamo Gesù Cristo che è santità totale. Stare nella Chiesa è amare Cristo e, attraverso Cristo, gli altri.

E nel campo della libertà, come non cadere nell’errore di voler eliminare aspetti essenziali della Chiesa in nome di una falsa libertà?

— Sotto questo aspetto può illuminarci molto tutto ciò che disse l’allora cardinale Ratzinger sull’interpretazione del Concilio Vaticano II, cosa che ritengo utile non solo per questo specifico evento, dato che la Chiesa si rinnova continuamente pur restando fedele alla tradizione.

I due estremi sbagliati possono essere, da una parte chi vuole l’immobilità all’interno della Chiesa, forse per paura che vada perduto l’essenziale. e dall’altra, chi vuole che tutto cambi, con il rischio che l’essenziale venga dimenticato o addirittura rimosso.

Ciò che è essenziale è il nostro rapporto con Cristo, l’amore di Dio…, ecc. Le verità che il Signore ci ha rivelato rimarranno sempre le stesse perché la rivelazione pubblica si è conclusa con la morte di san Giovanni.

La rivelazione è ciò che dobbiamo rendere credibile nelle diverse fasi della Storia. Ora è il turno della cultura contemporanea, quindi è logico che ci sia un rinnovamento, ad esempio, nei metodi di catechesi.

Il cristiano deve essere tradizionale, ma non tradizionalista. Deve essere aperto al rinnovamento senza cadere in un progressismo sconsiderato.

Lei ha indicato concetti che sono spesso usati per stabilire «gruppi o divisioni» all’interno della Chiesa: progressisti e conservatori, o tradizionalisti. Questa divisione esiste davvero ?

—Un cattolico deve essere cattolico al cento per cento. Ciò significa abbracciare la totalità della fede e dell’esperienza cristiana in tutte le sue dimensioni e ad esempio, non deve fare differenze tra la difesa della vita dal momento del concepimento fino alla morte e l’opzione preferenziale per i poveri perché tutti abbiano accesso a una casa, cibo, vestiti…, ecc.

Nel 2007 ho partecipato alla Conferenza Generale dei Vescovi dell’America Latina e dei Caraibi ad Aparecida. Lì si incontrarono sensibilità diverse in un clima di grande comunione ecclesiale. In questo contesto, uno dei padri sinodali ha detto: “Sento qui quanti difendono la famiglia, la vita, ecc. e altri hanno una grande sensibilità sociale. Dobbiamo arrivare a una sintesi. Dobbiamo difendere la vita dal momento del concepimento fino alla morte naturale e, nel frattempo, in tutti gli anni di vita delle persone, rendere possibile il diritto di ognuno all’accesso a tutti questi beni».

In questo senso, mi sembra che i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco siano perfettamente complementari. Ciascuno pone l’accento su alcuni temi, ma questo non significa che Francesco non abbia parlato della difesa della vita. Ad esempio, Benedetto XVI ha fatto alcune affermazioni all’interno della Dottrina sociale della Chiesa, sull’economia e l’ecologia, che Francesco ha proseguito.

Oggi è il momento di costruire ponti, di non avere visioni unilaterali, di amarsi e di rispettare tutte le sensibilità.

Parlando del pericolo di rimanere nelle visioni o nelle categorie umane nella Chiesa, abbiamo perso il senso dell’eternità?

— Non lo credo, perché la Chiesa è Gesù Cristo. La Chiesa come istituzione non lo ha perso.

In questo campo ricordo un aneddoto che mi è stato raccontato da quello che è stato per più di vent’anni il portavoce di Giovanni Paolo II, Joaquín Navarro Valls. In un’occasione aveva organizzato un’intervista del Papa alla BBC. In quell’intervista, il giornalista chiese a Giovanni Paolo II di definire la Chiesa in tre parole e il Papa rispose: «Me ne sono rimaste due. La Chiesa è Salvezza». Pertanto, la Chiesa è uno strumento di salvezza eterna.

Noi cattolici, ovviamente, possiamo correre il rischio di diventare mondani. Questo è un pericolo che papa Francesco ha tanto sottolineato: la mondanità, sia nella gerarchia che nei fedeli. Il pericolo di dare un valore assoluto alle cose che su questa terra hanno un valore relativo.

La famiglia, la vocazione al matrimonio, è un tema centrale nella Chiesa, a maggior ragione in un anno come questo, dedicato alla famiglia. Ma continua ancora ad esserci da entrambe le parti la percezione di essere evangelizzatori surrogati?

— Ho l’impressione che non siano ancora state tratte tutte le conseguenze della dottrina del Concilio Vaticano II. San Paolo VI ha evidenziato in quel Concilio il messaggio fondamentale: la chiamata universale alla santità. Universale, cioè per tutti, e in particolare si sottolinea il ruolo dei laici nella Chiesa e nell’evangelizzazione.

In particolare, penso che dobbiamo illuminare ulteriormente la nostra vocazione battesimale. Con il Battesimo siamo chiamati alla santità, e la santità implica l’apostolato. La santità senza apostolato non è santità. Quindi è cosa naturale che i laici, che sono in mezzo al mondo, in tutte le istituzioni sociali, politiche, economiche…, siano il fermento che cambia la massa del nostro mondo. E in questo campo, in modo del tutto particolare, la famiglia, che è Chiesa domestica.

Tutti gli ultimi Papi, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco si sono definiti anticlericali, perché con questa definizione sottolineano il ruolo fondamentale dei laici. La gerarchia gioca un ruolo essenziale, certo, perché la Chiesa è un’istituzione gerarchica, ma tutti siamo chiamati all’apostolato dalle nostre stesse funzioni.

Oggi la famiglia è in crisi; ma se realizziamo una profonda esperienza di fede nelle famiglie, se permettiamo loro, come dice il Papa, di non essere famiglie autoreferenziali ma di aprirsi ad altre famiglie che vedono in esse una testimonianza di perdono, generosità, servizio… quella testimonianza farà sì che le altre famiglie vorranno essere simili a queste famiglie cristiane. Credo che sia questo il grande cammino di evangelizzazione nel mondo di oggi.

Da poche settimane è stata resa pubblica la Costituzione Apostolica Predicate Evangelium, in virtù della quale le prelature personali vengono a dipendere non più dalla congregazione dei Vescovi, ma da quella del Clero. Per la Prelatura dell’Opus Dei questo cosa significa?

-Lo stesso giorno in cui è stata pubblicata la costituzione apostolica, il Prelato dell’Opus Dei, che è la voce più autorevole, ha detto che non cambia nulla di sostanziale.

L’importante è preservare lo spirito dell’Opus Dei. Conservare il carisma fondazionale con la flessibilità – sempre ispirata da quel carisma – per rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

Mons. Arrieta, Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ha ripetuto queste parole del prelato in una intervista che ha concesso, e ha fornito esempi di molte realtà che, nel corso della storia, nella Santa Sede hanno cambiato dipendenza e hanno continuato a conservare la loro essenza. Pertanto, la Prelatura dell’Opus Dei rimane la stessa, al di là di questo cambiamento.

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