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Chiesa santa, o Chiesa di santi?

Molti sono sorpresi dell'affermazione del Credo che dice che la Chiesa è santa, mentre sono chiaramente visibili i difetti e i peccati dei suoi membri, compresi quelli dei suoi capi. Per comprendere appieno la portata di questa espressione, è utile rivolgersi alla storia, dalle sue origini patristiche ai documenti dell'ultimo Concilio.

Philip Goyret·13 de octubre de 2022·Tiempo de lectura: 9 minutos
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Testo originale del articolo in spagnolo qui

Almeno fino dal terzo secolo dell’era cristiana – intorno a quel periodo risalgono le prime versioni complete dei simboli della fede – noi battezzati professiamola nostra fede nella Chiesa, quando diciamo: «Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica …” (Credo Apostolico), oppure “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica” (Credo Niceno-Costantinopolitano). Infatti, sebbene non sia Dio (perché è una realtà creata), è il suo strumento, uno strumento soprannaturale, e in questo senso è l’oggetto della nostra fede. Ne hanno tenuto conto i Padri della Chiesa, quando ne hanno parlato come del mysterium lunae, che riflette solo, senza produrla, l’unica luce, quella che viene da Cristo, il “sole dei soli”.

La realtà del peccato

Ci interessa particolarmente ora l’affermazione della santità della Chiesa, in quanto, per molti, sembra contrastare con una realtà macchiata da peccati abominevoli come gli abusi sessuali sui minori, o quelli di coscienza, o quelli di autorità, o da gravi disfunzioni finanziarie che colpiscono anche i più alti livelli di governo della chiesa. Potremmo aggiungere a questo una lunga serie di «peccati storici», come la connivenza con la schiavitù, il consenso alle guerre di religione, le convinzioni ingiuste dell’Inquisizione, l’antigiudaismo (non identificabile con l’antisemitismo), ecc. Possiamo veramente parlare di “santa Chiesa” in modo coerente? O stiamo semplicemente trascinando per inerzia una formula ereditata dalla storia?

Una posizione, assunta da vari teologi a partire dagli anni Sessanta, tende a prendere le distanze dalla “santa Chiesa”, usando l’aggettivo “peccatrice” applicato alla Chiesa. In questo modo la Chiesa sarebbe chiamata come dev’essere, tenendo conto della responsabilità delle sue colpe. Si è cercato di far risalire l’espressione «Chiesa peccatrice” alla patristica, più precisamente attraverso la formula casta meretrix, sebbene si tratti in realtà di un solo Padre della Chiesa, sant’Ambrogio di Milano (In Lucam III, 23), quando parla di Raab, la prostituta di Gerico, usandola come figura della Chiesa (come fecero anche altri scrittori ecclesiastici): ma il santo vescovo di Milano lo fa in senso positivo, dicendo con il crudo linguaggio di quel tempo che la fede castamente conservata (non corrotta) è diffusa tra tutti i popoli (che simboleggiano tutti coloro che godono dei favori della prostituta,).

Senza entrare ora in questa dibattuta questione patristica, dovremmo invece chiederci se la posizione appena esposta sia legittima. Teniamo presente che i giudizi avventati sono severamente condannati nella Bibbia, fin dall’Antico Testamento, e Yahweh ci esorta a non giudicare dalle apparenze. Quando il profeta Samuele cerca di identificare chi dovrebbe ungere come futuro re Davide, il Signore lo avverte: “Non guardare il suo aspetto o quanto è alto di statura, perché li ho esclusi. Dio non guarda come fa l’uomo; perché l’uomo vede le apparenze, ma Dio vede il cuore» (1Sa 16,7).

La grande domanda, insomma, sarebbe: data la mancanza di santità nella Chiesa, dovrei scartare la santità della Chiesa? La chiave della risposta, secondo la logica del citato testo biblico, è nella parola «punto di vista». Se giudichiamo da ciò che vediamo, la risposta punta verso la negazione della santità. Ma questo significa procedere per «apparenze», mentre la cosa giusta è guardare «il cuore». E qual è il cuore della Chiesa? Qual è la Chiesa che c’è dietro le apparenze?

Cosa è la Chiesa?

Qui è dove le acque si dividono. Vista con occhi del mondo, la Chiesa è un’organizzazione religiosa, è la curia vaticana, è una struttura di potere, o più benevolmente, è un’iniziativa umanitaria a favore dell’educazione, della salute, della pace, dell’aiuto ai poveri ecc.

Viste con gli occhi della fede, nella Chiesa queste attività e forme di esistenza non sono escluse, ma non sono concepite come fondamentali, l’ecclesiastico non si identifica con l’ecclesiale. La Chiesa era già Chiesa a Pentecoste, quando quelle forme e quelle attività non esistevano ancora. Essa «non esiste primariamente dove è organizzata, dove viene riformata o è governata, ma vive in coloro che semplicemente credono e ricevono in essa il dono della fede che per loro è vita», come afferma Ratzinger nella sua Introduzione al cristianesimo. Proprio sulla santità della Chiesa, quello stesso testo ci ricorda che essa «consiste nella potenza con cui Dio opera la santità in lei, all’interno della peccaminosità umana». Ancor di più: essa «è espressione dell’amore di Dio che non si lascia vincere dall’incapacità dell’uomo, ma gli è sempre buono, lo assume continuamente come peccatore, lo trasforma, lo santifica e lo ama».

In un senso molto profondo, possiamo (e dobbiamo) affermare, definitivamente, che la santità della Chiesa non è quella degli uomini, ma quella di Dio. In questa direzione, diciamo che è santa perché santifica sempre, anche mediante ministri indegni, mediante  il vangelo e i sacramenti. Come dice Henri de Lubac in una delle sue opere migliori, Meditazione sulla Chiesa, «la sua dottrina è sempre pura, ed è sempre viva la fonte dei suoi sacramenti».

La Chiesa è santa perché non è altro che Dio stesso che santifica gli uomini in Cristo e mediante il suo Spirito. Risplende senza macchia nei suoi sacramenti, con i quali consigli evangelici che propone, e nei doni e carismi, con i quali promuove moltitudini di martiri, vergini e confessori (Pio XII, Mystici Corporis). È la santità della Chiesa che possiamo chiamare “oggettiva”: quella che la caratterizza come “corpo”, non come semplice giustapposizione di fedeli (Congar, Santa Chiesa). Aggiungiamo che nutre i suoi fedeli; nella fede, che conserva sempre incontaminata; la Chiesa è santa anche perché esorta continuamente a raggiungere la santità.

La Chiesa dei puri

Ma un altro problema concorre su questa questione, indicata quasi ironicamente nell’Introduzione al cristianesimo: quella del «sogno umano di un mondo guarito e non contaminato dal male, (che) presenta la Chiesa come qualcosa che non si mescola al peccato». Questo «sogno», quello della «Chiesa dei puri», nasce e rinasce continuamente nella storia in varie forme: montanisti, novaziani, donatisti (primo millennio), catari, albigesi, hussiti, giansenisti (secondo millennio) e altri ancora hanno in comune di concepire la Chiesa come un’istituzione formata esclusivamente da «cristiani incontaminati», «eletti e puri», i «perfetti» che non cadono mai, i «predestinati». Così, quando di fatto si percepisce nella Chiesa l’esistenza del peccato, se ne deduce che questa, la Chiesa cattolica, non è la vera Chiesa, la «santa Chiesa» del Simbolo della fede.

Alla base di questo sta l’errore di pensare la Chiesa di oggi applicando le categorie di domani, della Chiesa escatologica, identificando nella storia odierna la Chiesa santa con la Chiesa dei santi.
Si dimentica che, mentre siamo ancora in pellegrinaggio, il grano cresce mescolato alla zizzania, ed è stato Gesù stesso che, nella famosa parabola, ha spiegato come la zizzania si debba eliminare solo alla fine dei tempi. Per questo sant’Ambrogio parlava della Chiesa usando anche, e prevalentemente (anche nella stessa opera già citata), l’espressione immaculata ex maculatis, letteralmente «quella senza macchia, formata dai macchiati». Solo più tardi, nell’aldilà, sarà immaculata ex immaculatis!

Il magistero contemporaneo ha ribadito questa idea al Vaticano II, dicendo che «la Chiesa comprende nel proprio seno i peccatori». Questi appartengono alla Chiesa ed è proprio grazie a questa appartenenza che possono essere purificati dai loro peccati. De Lubac, sempre nella stessa opera, dice garbatamente che la Chiesa è quaggiù e rimarrà fino alla fine una comunità disordinata: c’è il grano ancora mescolato alla pula, un’arca contenente animali puri e impuri, una nave piena di cattivi passeggeri, e tutto ciò sembra sempre sul punto di portarla al naufragio.

Allo stesso tempo, è importante rendersi conto che il peccatore non appartiene alla Chiesa per il suo peccato, ma per le realtà sante che conserva ancora nella sua anima, principalmente il carattere sacramentale del battesimo. Questo è il significato dell’espressione “comunione dei santi”, che il Simbolo degli Apostoli applica alla Chiesa: non perché è composta solo da santi, ma perché è la realtà della santità, ontologica o morale, che la rende tale. È la comunione nella santità delle persone e nelle cose sante.

Chiariti questi punti essenziali, è ora opportuno aggiungere una precisazione importante. Abbiamo detto, e confermiamo, che la Chiesa è santa a prescindere dalla santità dei suoi membri. Ma ciò non impedisce di affermare l’esistenza di un legame tra santità e diffusione della santità, sia a livello personale che istituzionale. I mezzi di santificazione della Chiesa sono di per sé infallibili, e ne fanno una realtà santa, a prescindere dalla qualità morale degli strumenti. Ma la ricezione soggettiva della grazia nell’anima di coloro che sono oggetto della missione della Chiesa dipende anche dalla santità dei ministri, ordinati e no, nonché dalla buona reputazione dell’aspetto istituzionale della Chiesa.

Ministri degni

Un esempio può aiutarci a capire. L’Eucaristia è sempre presenza sacramentale del mistero pasquale e, come tale, ha una capacità inesauribile di forza redentrice. Tuttavia, una celebrazione eucaristica presieduta da un sacerdote pubblicamente indegno produrrà frutti di santità solo in quei fedeli che, profondamente formati nella loro fede, sanno che gli effetti della comunione sono indipendenti dalla situazione morale del ministro celebrante. Ma per molti altri quella celebrazione non li avvicinerà a Dio, perché non vedono coerenza tra la vita del celebrante e il mistero celebrato. Ci saranno anche altri che scapperanno per la paura. Come afferma il Decreto Presbyterorum ordinis del Concilio Vaticano II (n. 12), «sebbene la grazia di Dio possa compiere l’opera della salvezza, anche per mezzo di ministri indegni, tuttavia Dio preferisce, per diritto ordinario, manifestare le sue meraviglie mediante coloro che, resi più docili all’impulso e alla guida dello Spirito Santo, mediante la loro intima unione con Cristo e la loro santità di vita, possono dire con l’apostolo: “Io non vivo più, è Cristo che vive in me”» (Gal 2, 20).

In questa prospettiva acquistano un particolare ardore le parole rivolte nell’ottobre 1985 da san Giovanni Paolo II ai vescovi europei, in vista della nuova evangelizzazione dell’Europa: «Occorrono araldi del Vangelo che siano esperti di umanità, che abbiano una profonda conoscenza del cuore dell’uomo di oggi, che partecipi alle gioie e alle speranze, alle ansie e ai dolori, e allo stesso tempo sia contemplativo innamorato di Dio. Per questo abbiamo bisogno di nuovi santi. I grandi evangelizzatori d’Europa furono i santi. Dobbiamo pregare il Signore perché accresca lo spirito di santità nella Chiesa e ci mandi nuovi santi per evangelizzare il mondo di oggi».

Ciò che accade nel singolo caso appena delineato, succede anche rispetto alla Chiesa come istituzione. Se l’onestà viene predicata, e poi si scopre una malversazione in una diocesi, quella predicazione, anche se solidamente fondata nel Vangelo, avrà scarso effetto. Molti che la ascolteranno diranno “applica a te stesso quell’insegnamento, prima di predicarcelo”. E questo può accadere anche quando quella «appropriazione indebita di fondi» è avvenuta senza intento doloso, per semplice ignoranza o ingenuità.

Il Concilio Vaticano II

Nell’ambito di questo problema, spicca meglio il testo integrale del passo del Concilio Vaticano II, già citato: «La Chiesa contiene nel proprio seno i peccatori, ed essendo allo stesso tempo santa e sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente sulla via della penitenza e del rinnovamento» (Lumen gentium 8). Si possono aggiungere altre parole dello stesso Concilio, rivolte non solo alla Chiesa cattolica, che affermano: «Tutti, infine, esaminano la loro fedeltà alla volontà di Cristo nei confronti della Chiesa e, come è dovuto, intraprendono coraggiosamente l’opera di rinnovamento e di riforma» (Unitatis redintegratio 4). Questo permette di contemplare il quadro in tutte le sue dimensioni: purificazione, riforma, rinnovamento: concetti che, a rigor di termini, non sono sinonimi.

Infatti, «purificazione» spesso si riferisce più direttamente alle singole persone.
I peccatori appartengono ancora alla Chiesa (se battezzati), ma devono essere purificati. La «riforma» ha un aspetto più marcatamente istituzionale; Inoltre, non si tratta di un miglioramento qualsiasi, ma di “ritornare alla forma originaria” e, da lì, rilanciarla verso il futuro.

Tieni presente che, sebbene l’aspetto visibile «divinamente istituito» sia immutabile, l’aspetto umano-istituzionale è mutevole e perfettibile. Si parla così di un aspetto umano-istituzionale che ha perso il suo originario significato evangelico durante il cammino.

La situazione morale della Chiesa nel XVI secolo, e in particolare dell’episcopato, aveva bisogno di essere riformata, e fu questa la riforma che venne attuata nel Concilio di Trento. Infine, il “rinnovamento”, che di per sé non presuppone una situazione strutturale moralmente negativa: è semplicemente un tentativo di applicare un aggiornamento affinché l’evangelizzazione possa effettivamente interessare una società in continua evoluzione. Basta confrontare l’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica con un Catechismo dell’inizio del XX secolo per rendersi conto dell’importanza del rinnovamento. L’ultima modifica del Libro VI del Codice di Diritto Canonico può essere pensata come un salutare rinnovamento.

Una continua conversione 

Due ultimi aspetti prima di chiudere queste riflessioni. Il primo dei testi del Concilio Vaticano II appena citato parla di una purificazione che va compiuta «sempre» (non tutte le traduzioni rispettano l’originale latino semper).

Si può pensare a qualcosa di simile per quanto riguarda la riforma e il rinnovamento, che dovrebbe essere aggiornato senza far passare eccessivi lassi di tempo. Non si tratta di cambiare sempre le cose, ma di «pulire» costantemente ciò che si vede e ciò che non si vede. Se il Concilio di Trento avesse «purificato» la Chiesa prima (forse un secolo prima), probabilmente ci saremmo risparmiati «l’altra riforma», quella protestante, con tutti gli effetti negativi che le divisioni nella Chiesa comportavano.

Infine, è importante non perdere di vista il fatto che la purificazione, la riforma e il rinnovamento devono essere compiuti insieme. Molti non capiscono l’importanza di quest’ultimo. Se si progetta una buona riforma o rinnovamento (per esempio, quella recente della curia romana; o prima, la riforma liturgica), ma non c’è purificazione del popolo, i risultati saranno insignificanti. Non basta cambiare le strutture: bisogna convertire le persone. E questa «conversione delle persone» non si riferisce esclusivamente alla loro situazione morale-spirituale, ma anche, seppur da un’altra prospettiva, alla loro formazione professionale, alla loro capacità di relazionarsi, alle competenze trasversali tanto apprezzate oggi nel mondo dell’impresa ecc.

Per alcuni sarebbe scandalosa, trionfalistica e contraddittoria l’affermazione del Vaticano II (Lumen gentium 39) secondo cui la Chiesa è “immancabilmente santa” (non può non essere santa). In realtà sarebbe questo e molto peggio ancora, se fosse composta solo da uomini e per iniziativa di uomini.
Il testo sacro ci dice, invece, che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei, per santificarla. La purificò con il battesimo dell’acqua e della parola, perché volle per sé una Chiesa splendente, senza macchia né ruga e senza macchia, ma santa e immacolata» (Ef. 5, 25-27). È santo perché Cristo l’ha santificato, e sebbene innumerevoli uomini senza cuore si levino per macchiarlo, non cesserà mai di essere santo. Tornando a De Lubac, possiamo dire con lui: «È un’illusione credere in una ‘Chiesa dei Santi’: c’è una sola ‘Santa Chiesa'». Ma proprio perché è santa, la Chiesa ha bisogno di santi per compiere la sua missione.

El autorPhilip Goyret

Profesor de Eclesiología en la Universidad de la Santa Cruz.

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