Mondo

L’Iran: dall’antica Persia alla Repubblica islamica. Seconda Parte

In questo secondo di tre articoli sull'Iran, Ferrara analizza le caratteristiche dell'Islam sciita e il funzionamento del regime iraniano.

Gerardo Ferrara-3 febbraio 2024-Tempo di lettura: 7 minuti

Donna iraniana ©OSV

Nel precedente articolo sull’Iran abbiamo descritto la storia complessa di questo grande e meraviglioso Paese e menzionato il fatto che, da un punto di vista religioso, il popolo iraniano è piuttosto compatto, essendo per il 99% musulmano (il 90% dei quasi 90 milioni di iraniani sono sciiti, rappresentando circa il 40% dei seguaci di questa branca dell’islam a livello mondiale).

L’islam sciita

L’origine del termine “sciita” o “sciismo” (dall’arabo shiʿa, che significa “partito”, “fazione”) si fa risalire al 632 d.C., quando, un anno dopo la morte di Maometto, i suoi seguaci si divisero su chi sarebbe dovuto succedergli come califfo (in arabo khalifa, cioè “vicario”, “successore”) e quindi “principe dei credenti” musulmani (amìr al-mu’minìn), nel ruolo quindi di autorità sia politica che religiosa.

La maggioranza optò per Abu Bakr, amico di Maometto e padre della sua seconda moglie Aisha, mentre una minoranza “prese le parti” (partito) di Ali, che di Maometto era invece cugino e genero.

Abu Bakr divenne quindi il primo califfo, ma Ali fu il quarto, dopo l’assassinio del suo predecessore Uthman. Ali fu a sua volta ucciso nel 661 da un esponente di un’ulteriore neonata setta islamica (il khargismo) a Kufa, nei pressi di Najaf (attuale Iraq), città in cui si trova la sua sepoltura e divenuta perciò la terza città più santa per gli sciiti dopo la Mecca e Medina.

La spaccatura all’interno della comunità islamica si acuì nel 680, a Kerbala (sempre in Iraq) quando le truppe del califfo sunnita al potere trucidarono Hussein, secondo figlio di Ali e nipote di Maometto, e tutte le 72 persone al suo seguito, compresi donne e bambini. Tale evento viene commemorato oggi dagli sciiti nella festa dell’Ashura, durante la quale molti praticano il matam, un atto di auto-flagellazione, per esprimere per il martirio di Hussein, considerato secondo successore di Ali e imàm, una figura rivestita di sacralità per gli stessi sciiti, i quali credono che l’imam sia il vero successore di Maometto, infallibile e designato da Dio.

Se in un primo tempo le differenze tra sunniti e sciiti erano solamente politiche, relative quindi alla successione di Maometto, con il tempo divennero anche dottrinali.

Caratteristiche dell’islam sciitata

La maggioranza degli sciiti segue la dottrina dei Dodici imam (sciiti duodecimani), con il dodicesimo (Muhammad al-Mahdi) considerato appunto mahdi, una sorta di messia. Per i fedeli il dodicesimo imam non sarebbe mai morto, ma si sarebbe occultato (ghayba) nel 940 per sfuggire alle persecuzioni del califfo abbaside sunnita al potere in quel momento. Il suo occultamento durerà fino alla fine del mondo, quando riapparirà per ripristinare la purezza dell’islam primitivo.

Tutti i musulmani, sunniti e sciiti, osservano i cinque pilastri dell’islam (professione di fede; preghiera cinque volte al giorno; elemosina; digiuno nel mese di ramadan; pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita), condividono un libro sacro, il Corano e concordano sul fatto che Allah sia l’unico dio e che Maometto sia il suo profeta. Tuttavia, mentre i sunniti basano molto la loro pratica religiosa anche sugli atti del profeta e sui suoi insegnamenti (la sunna), gli sciiti vedono nei loro leader religiosi, gli ayatollah, un riflesso di Dio sulla Terra.

Per questa ragione i sunniti considerano eretici gli sciiti, mentre questi ultimi accusano i primi di dogmatismo estremista e le loro divisioni oggi si sono accentuate anche politicamente (cosa evidente nelle alleanze tra governi e Paesi considerati sciiti o in qualche modo filosciiti, come Iran, Siria e Libano, contro quelli sunniti del golfo Persico, come l’Arabia Saudita).

Altre pratiche caratteristiche dell’islam sciita, poi, sono la taqiyya, che è la dissimulazione o la concessione in circostanze difficili per proteggere la propria vita o la vita degli altri (in pratica, fingere di non essere musulmani, aderendo addirittura ai precetti di un’altra religione), e la mut’a, il matrimonio temporaneo.

La mut’a

La mut’a è una forma di matrimonio temporaneo, specifica (ma non esclusiva) dell’islam sciita. Si tratta di un contratto matrimoniale stipulato con una durata prestabilita. Può avere la durata minima di un’ora e arrivare fino a 99 anni: nel primo caso alcuni giuristi lo assimilano alla prostituzione. Alla scadenza del termine, il matrimonio si considera sciolto senza la necessità di un divorzio formale (che avviene, nell’islam, in maniera non consensuale tra le parti, ma attraverso il ripudio della donna da parte dell’uomo).

Abolita dalla dinastia Pahlavi nel XX secolo, ma ripristinata con la Rivoluzione del 1979 e con la nascita della Repubblica islamica (quando Khomeini rilegittimò la poligamia), la mut’a è diventata comune tra i giovani, per sottrarsi al controllo delle autorità religiose e civili e consumare rapporti sessuali “leciti”, o tra le donne in difficoltà economica, che si vedono costrette a farsi pagare da uomini per sposarli temporaneamente.

Nei primi anni del XXI secolo, Mahmud Ahmadinejad, s’impegnò per modificare il codice di famiglia e rendere la mut’a ancora più semplice e favorevole per gli uomini, il che scatenò una mobilitazione di massa femminile, con la raccolta di milioni di firme, per contrastare tale progetto di legge.

Gli ayatollah

Ayatollah (in arabo: “segno divino”) è un titolo onorifico tipico dell’islam sciita, attribuito a uomini considerati esperti di teologia e giurisprudenza islamica (una sorta di clero sconosciuto nell’islam sunnita), i quali godono di grande rispetto all’interno della comunità.

In Iran, il ruolo di queste figure è particolarmente importante e molti leader religiosi nel Paese detengono tale titolo.

Il ruolo degli ayatollah è di fornire insegnamenti religiosi, interpretazioni giuridiche e orientamenti morali. I più eminenti tra loro possono essere riconosciuti come Grande Ayatollah o “marja’ al-taqlid” (in arabo: fonte di emulazione) e divenire autorità supreme, come nel caso di Ali Khamenei, Grande Ayatollah che in Iran riveste il potente ruolo di Guida suprema della Rivoluzione islamica.

Il regime iraniano

In Iran, gli imam e gli ayatollah hanno un ruolo di supremazia religiosa e politica. Essendo, dal 1979, il Paese una repubblica islamica presidenziale guidata da un sistema teocratico, il leader supremo è appunto un Grande Ayatollah, noto come “Vali-ye-Faqih” (in persiano: governante giurisperito), ed è considerato l’autorità religiosa e politica suprema.

Vige nel Paese una suddivisione dei poteri tra civile (eletto dal popolo, ma con giurisdizione limitata) e religioso. Spetta al potere religioso degli ayatollah selezionare i candidati alla presidenza e vigilare che le leggi approvate dal governo e dal parlamento non siano in contrasto con il Corano e la dottrina islamica. Il presidente, ad esempio, non può nominare il ministro della Giustizia.

La Guida suprema (dal 1989 l’ayatollah Khamenei dal 1989) nomina i sei membri religiosi del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (in tutto 12, di cui sei laici nominati dal parlamento), è a capo delle forze armate e nomina pure i capi dei servizi segreti, delle fondazioni religiose, delle Guardie della Rivoluzione islamica (pasdaran) e delle emittenti radiotelevisive nazionali.

L’Iran è sempre più al centro delle cronache internazionali non solo per il suo rilevante ruolo strategico e geopolitico, ma anche per le continue violazioni dei diritti umani, specialmente a danno delle donne e delle minoranze religiose.

Sono all’ordine del giorno le proteste contro il regime, acuitesi soprattutto con le cosiddette Primavere arabe (2011) e con l’inasprimento delle sanzioni degli Stati Uniti, dal 2018, che hanno portato all’aumento della disoccupazione e dell’inflazione, passata dal 10 al 40%, e a una forte recessione.

Nel 2022, le proteste sono quasi sfociate in una rivoluzione quando la ventiduenne Mahsa Amini, di etnia curda, è stata arrestata dalla Polizia morale perché non indossava correttamente il velo (art. 638 del Codice penale islamico: è vietato per le donne comparire in pubblico senza velo). Se, infatti, negli anni precedenti la questione hijàb si era ridimensionata e per le donne iraniane esso era quasi divenuto un vezzo, una foulard che poteva lasciar libere ciocche di capelli, Ebrahim Raisi, presidente dell’Iran dal 2021 e considerato un intransigente (la sua presidenza ha visto uno stallo nei negoziati con gli Stati Uniti sul piano d’azione globale congiunto, JCPOA), temendo un decadimento dei costumi ha reso obbligatorio coprire anche le ciocche di capelli e inasprito le pene contro le donne che non si attengono alle regole.

Le categorie più colpite durante i fatti del 2022 sono state ovviamente, oltre alle donne, i giovani studenti, gli attivisti, gli intellettuali e i giornalisti, ma gli avvocati che assistono persone ree di apostasia (specie verso il cristianesimo: vi sono casi di coppie di convertiti che si sono viste strappare i figli dai servizi sociali o altri che si trovano in carcere).

Dal 2015, poi, il governo iraniano ha introdotto carte d’identità biometriche con riconoscimento facciale e dell’iride, potendo quindi identificare le sempre più numerose donne che protestano togliendosi il velo e tagliandosi ciocche di capelli.

Dal settembre 2023, inoltre, una nuova legge “per sostenere la cultura della castità e del hijab” contempla punizioni non solo per le donne che non portino il velo in pubblico o non lo indossino in modo “corretto”, ma anche per tutti i funzionari pubblici e privati (inclusi i tassisti), commercianti, lavoratori nel settore turistico e della comunicazione, ecc., che non vigilino o non denuncino le donne “colpevoli” di non osservare i regolamenti sul hijab o indossino “abbigliamento improprio”, cioè abiti “succinti o attillati o che mostrino una parte del corpo più in basso del collo o più in alto delle caviglie o più in alto degli avambracci”.

Il provvedimento prevede multe fino all’equivalente di 6.000 dollari (lo stipendio mensile medio in Iran ammontava nel 2021 a circa 300 dollari), il licenziamento, periodi di detenzione di varia durata, la confisca delle automobili, la chiusura di attività commerciali, il sequestro del passaporto e il divieto di lasciare il Paese dai sei mesi ai due anni.

Inasprite anche le pene per chi “collabori con governi e media stranieri” (fino a dieci anni di reclusione) e per chi, attraverso i media, promuova “la sessualità immorale, relazioni malsane e modelli individualistici e contro la famiglia”. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, poi, dovrà “vietare l’importazione d’indumenti proibiti, statue, bambole, manichini, dipinti e altri prodotti che promuovono la nudità e l’indecenza” e saranno fermati alla dogana libri o le immagini che promuovono “immoralità”, mentre quello del Turismo dovrà promuovere gite e tour basati sul “modello islamico dell’Iran”.

Il Global Gender Gap Report sulla parità di genere del 2022 colloca nella 143ª posizione su 146 Paesi analizzati, ancora peggio dell’anno precedente (150º posto su 156 Paesi analizzati). In ultimo, in Iran la pena capitale si applica non solo per i reati più gravi, quali l’omicidio, ma anche (seppur non sempre) per apostasia, gravi offese all’islam, omosessualità e rapporti sessuali non leciti, adulterio, tradimento, spionaggio e gravi casi di prostituzione.

L'autoreGerardo Ferrara

Scrittore, storico ed esperto di storia, politica e cultura del Medio Oriente.

Per saperne di più
Newsletter La Brújula Lasciateci la vostra e-mail e riceverete ogni settimana le ultime notizie curate con un punto di vista cattolico.