Vaticano

Roberto Regoli: "La nuova documentazione vaticana rivela una rete mondiale di sostegno agli ebrei".

Dal 9 all'11 ottobre 2023, presso la Pontificia Università Gregoriana, si è tenuta una conferenza sui documenti ritrovati del pontificato di Pio XII e sul suo aiuto agli ebrei perseguitati. Omnes ha intervistato lo storico Roberto Regoli, uno dei relatori della conferenza.

Antonino Piccione-19 ottobre 2023-Tempo di lettura: 4 minuti

Pio XII nel 1949 ©OSV

La scorsa settimana si è svolta nel Pontificia Università Gregoriana una conferenza su "Nuovi documenti del pontificato di Pio XII e il loro significato per le relazioni ebraico-cristiane. Un dialogo tra storici e teologi". Tre giorni intensi, suddivisi in cinque sessioni con oltre venti relazioni in cui si è cercato di delineare un quadro più ampio: il ruolo della diplomazia vaticana, il ruolo delle altre autorità, il lavoro dei nunzi e quello delle singole comunità. L'obiettivo era quello di comprendere l'azione di Pio XII all'interno della contingenza storica dell'epoca e della prassi della Santa Sede.
Tra i relatori, Roberto Regoli, che dirige il Dipartimento di Storia della Chiesa e la rivista "Archivum Historiae Pontificiae" della Gregoriana. Omnes gli ha rivolto alcune domande.

Quando Eugenio Pacelli fu eletto Papa, la diplomazia papale aveva una notevole portata globale, in costante crescita dall'inizio del secolo. Come possiamo considerare questa diplomazia, soprattutto in relazione agli ebrei?

Quando veniva eletto un nuovo pontefice, la Segreteria di Stato preparava una relazione sugli Stati da presentare al nuovo papa. Ciò avvenne anche nel 1939, quando il capo della diplomazia vaticana, Eugenio Pacelli, fu eletto al soglio pontificio. Il documento si rivela uno strumento prezioso per fare il punto della situazione di una delle più antiche diplomazie del mondo in un contesto di crisi internazionale, a causa delle tensioni che sarebbero presto sfociate in un nuovo conflitto mondiale. In questo lungo rapporto, gli ebrei sono citati solo in un passaggio, datato 28 febbraio 1939, sotto il titolo "Misure prese dalla Santa Sede a favore degli ebrei". Questo documento è importante perché rivela la mentalità vaticana sulla questione, una mentalità non filtrata, trattandosi di un documento interno non destinato alla pubblicazione o comunque alla diffusione. In ogni caso, l'orizzonte del testo è nel titolo stesso del paragrafo, "A favore degli ebrei", che rivela un atteggiamento di apertura. La Santa Sede", si legge, "non è rimasta indifferente alla lotta che si è recentemente scatenata contro gli ebrei in varie nazioni. Ma soprattutto agli israeliti convertiti ha rivolto la sua opera di assistenza e di aiuto". È chiaro che l'orizzonte d'azione della Santa Sede è rivolto principalmente, anche se non esclusivamente, ai cattolici. È solo in quegli anni, e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, che la Chiesa cattolica, e il Papato in particolare, prende coscienza del suo ruolo morale internazionale, che la rende esperta in umanità, come dirà la Chiesa stessa negli anni Sessanta (la Chiesa conciliare).

Come vive la Chiesa questa consapevolezza del suo ruolo e come si manifesta concretamente l'attenzione diplomatica verso gli ebrei?

La consapevolezza è graduale. Più aumenta il dramma umano della guerra e della persecuzione, più la Chiesa prende coscienza dei bisogni umanitari. Nei modi che ritiene più opportuni in ogni momento, il silenzio prevale sulle parole: più azione, meno proclami. Di fronte alle richieste polacche di proteste da parte della Santa Sede, il Segretario di Stato Maglione ritenne nel marzo 1941 che "le proteste fanno più male che bene ai poveri". Il caso polacco precede il caso ebraico e lo anticipa nell'approccio della mentalità diplomatica vaticana. Nel 1939, sull'onda della campagna antisemita in Italia, la Santa Sede fornisce un'assistenza speciale al "Comitato costituito tra i cattolici irlandesi" per "aiutare gli ebrei convertiti" in Italia ma di origine irlandese. E opera "a favore dei professionisti di origine ebraica". Interviene anche a favore di scienziati "di origine ebraica". Il documento del Segretario di Stato si concentra quindi sul caso italiano, con interventi a favore degli ebrei convertiti, almeno fino all'inizio del 1939. In realtà, al di là delle affermazioni del documento, l'azione del Santo fu più ampia, comprendendo anche i non convertiti. Durante la Seconda guerra mondiale, due furono i campi di maggiore interesse per le nunziature e le delegazioni pontificie: gli interventi umanitari per la fuga degli ebrei e la raccolta di informazioni per cercare di capire cosa stesse realmente accadendo all'interno dei territori sotto la croce uncinata e dei suoi satelliti.

In che modo le nuove fonti, disponibili dal 2020, aiutano a chiarire l'ampiezza e la profondità delle relazioni diplomatiche stabilite dalla Santa Sede sotto il pontificato di Pio XII?  

Nel nuova documentazione vaticana è percepibile una vasta rete mondiale di sostegno ai convertiti ebrei sotto la direzione del Vaticano. Anche in territori lontani, come il Vicariato Apostolico di Shanghai. In quei mesi, la Santa Sede seguiva l'emigrazione ebraica verso gli Stati Uniti, Haiti, l'America centrale e meridionale e la Turchia. Non mancarono le richieste di aiuto alla Spagna per facilitare i visti di transito. Accanto a questa diplomazia della carità, la rete delle rappresentanze papali nel mondo lavora anche per raccogliere informazioni sul campo, che sono il primo passo del processo decisionale. Si pensi alla nunziatura più significativa di quegli anni, quella svizzera, molto attiva tra il 1938 e il 1939 nell'aiuto e nell'assistenza ai rifugiati per motivi razziali e religiosi. Nel 1943, il nunzio Filippo Bernardini divenne il crocevia di informazioni tra Silberschein, un ebreo di Leopoli, presidente del "Comité pour l'assistance à la population juive frappée par la guerre", e la Santa Sede. Silberschein consegnò al nunzio un rapporto redatto dai delegati speciali del Comitato sulla situazione "de ce qui reste des Juifs en Pologne", nonché su quella degli ebrei in Romania e in Transnistria.

Il rapporto è accompagnato da foto con le seguenti didascalie: "Un homme est enterré vivant", "Photo prise en plein hiver. Des hommes [completamente nudi] sont forcés d'entrer dans un fleuve, d'où il ne doivent plus sortir" e "Des cadavres sont ramassés après une exécution en masse". Le foto sono conservate negli archivi della nunziatura, quindi non si è ritenuto importante inviarle a Roma. Il resto delle informazioni viene invece inviato in Vaticano.

L'autoreAntonino Piccione

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