Nella liturgia di questa domenica troviamo Gesù seduto sulla cattedra sul monte. Continuiamo la lettura dello stesso capitolo di Matteo proclamato nelle domeniche precedenti, il grande “Discorso della montagna”. Dopo aver annunciato le Beatitudini e aver rivelato l'identità e la missione dei cristiani come sale della terra e luce del mondo, oggi troviamo nostro Signore che parla con l'autorità dello stesso Legislatore: “...".“Avete sentito che è stato detto a quelli di un tempo... Ma io vi dico.".
Questa espressione decisiva -“.“Ma io vi dico”rivela l'autorità con cui Gesù insegna. Egli non interpreta semplicemente la legge, ma è la legge. La conosce dall'interno e la conduce alla sua vera e ultima altezza. Gesù è il compimento della legge. Nella sua persona, la legge raggiunge la sua pienezza.
La legge data da Dio al popolo eletto attraverso Mosè e i profeti era un segno della rivelazione amorevole di Dio e la fedeltà alla legge esprimeva la fedeltà di Israele nei suoi confronti. L'obbedienza alla legge era, nel suo nucleo più profondo, un atto d'amore. Ora Gesù dichiara di essere lui stesso ciò che la legge e i profeti indicavano. La relazione d'amore tra Dio e il suo popolo è ora definitivamente legata alla persona di Cristo.
Fin dall'inizio del Discorso della montagna, Gesù è chiaro: non è venuto ad abolire la legge e i profeti, ma a dare pienezza. Cosa significa allora questa pienezza? Non è una sottrazione, ma un'aggiunta; non un indebolimento della legge, ma un suo approfondimento. Gesù ci porta al di là della mera osservanza esteriore, verso un'adesione interiore del cuore. Per questo può dire: “Perché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.”. Questo “di più”non è una competizione, ma una chiamata a una conformità più radicale a Cristo stesso e al bene. La vocazione cristiana va oltre l'evitare il peccato o il fare solo il minimo. Siamo chiamati a una crescita continua nel nostro rapporto con Cristo, a un'amicizia più profonda con lui, a una comunione interiore che trascende le osservanze esterne. È un'affermazione gioiosa e positiva di seguire Cristo più da vicino.
Nel Vangelo di oggi, l'espressione “.“ma io vi dico”.” è ripetuto più volte, e in ogni occasione Gesù alza il livello, esortandoci a rifiutare il peccato alla radice. Ciò si armonizza con la conclusione della prima lettura, tratta dal libro del Siracide, che afferma che Dio non incita nessuno al peccato: “... Dio non incita nessuno al peccato.“Non costrinse nessuno ad essere malvagio e non diede a nessuno il permesso di peccare.”. Dio desidera la nostra santità e quindi ci rivela chiaramente ciò che ci separa da Lui. Evitare il peccato è un atto di fedeltà, una risposta grata all'amore che Dio ci ha mostrato. Il cristiano è chiamato a rifiutare ogni forma di peccato, anche quello veniale, e a sforzarsi di vivere eroicamente le virtù. Ogni peccato, per quanto piccolo possa sembrare, è una forma di infedeltà all'amore che abbiamo ricevuto.
Infine, Gesù ci ricorda che il Regno di Dio è in gioco nella nostra obbedienza alla legge. Il nostro rapporto con il Signore, e di fatto il nostro destino eterno, sono coinvolti in quelle che possono sembrare piccole cose. Le nostre azioni in questa vita riecheggiano nell'eternità. Non identificarsi con la Legge - cioè con Cristo stesso - significa scegliere la separazione da Lui. Da qui la gravità delle parole di Gesù: “.....“Perché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.”e anche:“è meglio perdere un arto piuttosto che affondare nella gehenna”.
La fedeltà ai comandamenti è fedeltà a Cristo stesso. Siamo chiamati a vivere pienamente questa fedeltà - interiore ed esteriore - lasciando che la legge, realizzata in Cristo, plasmi la nostra vita e ci conduca al Regno dei cieli.



